Le dimissioni per giusta causa danno diritto alla NASpI (l’indennità di disoccupazione per i lavoratori dipendenti), a differenza delle dimissioni volontarie. Servono però motivi gravi e documentati: mancato pagamento dello stipendio, demansionamento, mobbing, trasferimento senza reali motivazioni aziendali. Ecco cosa serve per farle riconoscere.
Dimissioni volontarie e dimissioni per giusta causa: la differenza che conta
Chi si dimette volontariamente perde il diritto alla NASpI: la legge la considera una scelta libera, non una disoccupazione involontaria. Le dimissioni per giusta causa sono diverse: il lavoratore lascia il posto perché il datore di lavoro ha reso impossibile continuare il rapporto. In questo caso la disoccupazione è “subita”, non scelta, e la NASpI spetta come in caso di licenziamento.
La legge (art. 2119 del Codice civile) parla di “una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto”. Non basta un disagio: serve un fatto grave, oggettivo e recente.
In quali casi spetta la giusta causa
Secondo l’INPS (circolare n. 163/2003 e successivi chiarimenti), le situazioni riconosciute sono:
- mancato pagamento della retribuzione, se il ritardo è significativo e ripetuto (si considera mediamente 3 mesi)
- demansionamento, cioè l’assegnazione di mansioni inferiori a quelle contrattuali
- mobbing e comportamenti vessatori da parte dei superiori
- molestie sessuali sul luogo di lavoro
- cessione dell’azienda con modifiche peggiorative delle condizioni di lavoro
- trasferimento ad altra sede senza reali motivi tecnici, organizzativi o produttivi
Su quest’ultimo punto una novità recente è importante: con la circolare INPS n. 98/2025, l’Istituto ha chiarito che il trasferimento ingiustificato vale come giusta causa indipendentemente dalla distanza dalla sede originaria. Prima si guardava soprattutto al limite dei 50 km o degli 80 minuti di mezzi pubblici; oggi conta soprattutto l’assenza di un motivo aziendale reale.
Dal 2026, inoltre, l’INPS (messaggio n. 2540/2026) ha riconosciuto che anche le dimissioni legate a violenza o atti persecutori — anche da parte di soggetti estranei al lavoro — possono valere come giusta causa, se il pericolo rende impossibile continuare a lavorare in sicurezza.
Cosa serve per farle riconoscere
Il punto debole di queste pratiche è quasi sempre la prova. Non basta scrivere “mi dimetto per giusta causa”: bisogna documentare il fatto prima di inviare le dimissioni. Per esempio:
- per il mancato pagamento: buste paga ed estratto conto che mostrino il mancato accredito
- per il demansionamento: lettera di assegnazione delle nuove mansioni e buste paga con il livello contrattuale
- per il trasferimento: l’ordine di trasferimento e l’assenza di motivazioni tecniche o organizzative
- per mobbing o molestie: una cronologia scritta degli episodi, con date, e testimonianze
Due consigli pratici: prima di dimettersi conviene inviare al datore di lavoro una contestazione formale (raccomandata o PEC), che fissa la data del fatto e dimostra che il lavoratore non ha aspettato passivamente. Aspettare troppo tempo dopo il fatto grave, invece, indebolisce la richiesta: la giurisprudenza richiede una reazione tempestiva.
Inoltre, l’INPS fa caso se il richiedente la NASpI sta andando avanti proattivamente nella lotta per veder riconosciuti i propri diritti: denuncia all’Ispettorato, far intervenire l’avvocato sono due esempi.
Come funziona in pratica
Le dimissioni per giusta causa si comunicano con lo stesso modulo telematico delle dimissioni ordinarie, sul sito del Ministero del Lavoro, specificando la causale. Si può accedere con SPID o CIE, oppure delegare la trasmissione a un patronato o a un’organizzazione sindacale come la CISAL La Spezia di via Ugo Foscolo, 72 a Mazzetta, senza doversi accreditare personalmente.
A differenza delle dimissioni volontarie, chi si dimette per giusta causa non deve rispettare il preavviso: anzi, ha diritto a un’indennità sostitutiva del preavviso a carico del datore di lavoro.
Dopo la cessazione, la domanda di NASpI va presentata online entro 68 giorni. Se l’INPS chiede chiarimenti sulla causale — cosa che succede più spesso su queste pratiche — va presentata la documentazione raccolta in precedenza.
Come verificare la propria situazione
Ogni caso è diverso: la valutazione se un fatto integri o meno la giusta causa dipende dai dettagli concreti (gravità, tempistica, prove disponibili). Anche il datore di lavoro deve comunicare correttamente la cessazione all’INPS: se viene registrata per errore come dimissioni volontarie, la NASpI rischia di essere respinta, ed è necessario intervenire subito per farla correggere.
Domande frequenti
Le dimissioni per giusta causa hanno effetto immediato?
Sì, non serve rispettare il periodo di preavviso previsto dal contratto.
Cosa succede se l’INPS non riconosce la giusta causa?
Si può presentare ricorso amministrativo; se respinto, resta la via del ricorso al Tribunale del lavoro.
Hai dubbi sulla tua situazione specifica? Passa alla CISAL La Spezia, in via Ugo Foscolo 72 — i nostri operatori sapranno aiutarti.
Articolo redatto a scopo informativo sulla base della normativa vigente. Per una valutazione personalizzata della propria situazione, rivolgiti agli operatori di patronato ENCAL CISAL di La Spezia.
